Brunelleschi anti-classico
La mostra Brunelleschi anti-classico, allestita a Firenze nel refettorio e chiostri di Santa Maria Novella, viene inaugurata il 16 ottobre 1977 e si conclude il 31 gennaio 1978 (Brunelleschi anti-classico 1977, p. 1). Tale esibizione, concepita all’interno delle Celebrazioni per il sesto centenario dalla nascita di Brunelleschi e aperta in concomitanza con l’inizio del Convegno Internazionale, è definita, fin dalla prima bozza di programma, come “mostra itinerante” (Ferretti, Prandini 2024, p. 17). Questo aspetto, insieme alla volontà di presentare le novità del Convegno e l’auspicio di avere un carattere internazionale, ha determinato l’originalità nella declinazione del tema dell’allestimento e della curatela, generando un’esposizione incentrata sull’architettura e sulla restituzione di una specifica linea interpretativa attraverso innovative forme di narrazione di contenuti complessi e modalità ostensive, agilmente smontabili.
L’obiettivo è quello di sottolineare e diffondere a livello popolare le acquisizioni degli studi dei decenni precedenti rimaste relegate in ambito specialistico, senza però risultare una semplice revisione di quanto scritto su Brunelleschi fino a quel momento. Per questo motivo, sono chiamati a intervenire due architetti, Capolei e Sartogo, in quanto “calati negli impegni progettuali e quindi inclini a privilegiare la comunicazione per immagini rispetto a quella verbale” (Brunelleschi anti-classico 1977, p. 92). Benché il coordinamento dell’immagine sia affidato ad altri, Bruno Zevi risulta la figura preminente dietro le concezioni teoriche della mostra, un ‘regista occulto’, a cui si deve – molto probabilmente – anche l’icastico titolo che esemplifica in modo polemico il deturpamento di Brunelleschi da parte di una cultura classicistica a lui successiva.
La narrazione è sviluppata intorno a “sei atti di rottura linguistica” presenti nell’opera dell’architetto (ibidem, p. 92); sono poi definiti i termini del linguaggio brunelleschiano attraverso otto temi trasversali e l’“efficacissimo metodo dei se, cioè se la concezione originaria avesse avuto esito” (Ferretti, Prandini 2024, p. 18).
La mostra è concepita in maniera flessibile: le dodici sezioni sono autonome e intercambiabili e non è imposto un percorso preciso. Alcuni fili conduttori sono comunque evidenziati da specifici espedienti espositivi (scelte cromatiche e materiche) che collegano trasversalmente le parti della mostra (ibidem, p. 18). L’intervento museografico è caratterizzato dall’utilizzo di modelli interpretativi degli edifici di Brunelleschi, grandi pannelli con gigantografie di nodi lessicali significativi (Pino Abbrescia, Pupa Bucci Casari, Fabio Santinelli e Eugenio Monti sono i curatori del progetto fotografico) e ricostruzioni evocative degli approcci spaziali dell’architetto; andandosi a inserire in quel solco già tracciato dalle precedenti mostre zeviane (Biagio Rossetti a Ferrara del 1956 e Michelangelo a Roma del 1964) e, prima ancora, da Architettura misura dell’uomo di Rogers per la Triennale del 1951.
Rappresentativi dell’approccio della mostra sono i due ingressi, posti uno a fianco di Santa Maria Novella e l’altro di fronte alla stazione, evidenziati da indicatori visivi: articolate composizioni alte circa 15 metri formate da un telaio metallico con tre aperture di colore giallo su cui è apposta un’ulteriore intelaiatura quadripartita verniciata a minio. Tale installazione mira a restituire l’assetto della facciata di Santo Spirito progettata da Brunelleschi (in minio) contrapponendola a quella realizzata (in giallo). Il percorso valica il perimetro conventuale con un’installazione pavimentale che collega gli indicatori visivi alle fabbriche brunelleschiane in città.
L’intervento è arricchito dalla mostra Brunelleschi e noi, connessa ma autonoma e curata da Achille Bonito Oliva, in cui un gruppo di artisti (Anselmo, Chiari, Fabro, Kounellis, Mauri, Merz, Paolini, Pisani, Pistoletto, Scialoja) è chiamato a interagire liberamente con Brunelleschi e con gli spazi dell’allestimento.
Come previsto fin dall’inizio, la mostra viene riproposta, seppur parzialmente e con adattamenti, a Salerno (1978), Parigi, Roma (1979), e Tel Aviv (1980) (ibidem, p. 14).
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Immagini
Fig. 1: Brochure della mostra ‘Brunelleschi anti-classico’, 1977
Fig. 2: Schema del percorso espositivo, Brochure della mostra, 1977
- Brunelleschi anti-classico (1977): Filippo Brunelleschi, sesto centenario della nascita, catalogo della mostra (Firenze 1977-1978), a cura del Comitato Nazionale per la Celebrazione del centenario della nascita, Torino
- Pedio, Renato (1978) “Mostra «Brunelleschi anticlassico» [nei] Chiostri di Santa Maria Novella a Firenze”, L’Architettura. Cronache e Storia, XXIV, 274-275, pp. 198-226
- Capolei, Francesco, Sartogo, Piero (1999). Brunelleschi anticlassico, Torino
- Ferretti, Emanuela, Prandini, Filippo (2024). “Firenze 1977, Brunelleschi anti-classico. Una mostra itinerante, tra storiografia e architettura”, Opus Incertum, X, 1, dicembre, pp. 14-27
http://www.sartogoarchitetti.it/index.php?/esposizioni/brunelleschi-anticlassico/
- Firenze, Archivio dell’Azienda Autonoma del Turismo, H090, Convegni (busta nuova), F. Brunelleschi (1977)
- Prato, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Archivio Lara-Vinca Masini, A-B0068-f6, Convegno mostra e varie
Brunelleschi anti-classico, Firenze, 1977 (Filippo Prandini, 2026), in "PER - Pensiero Esibito Radicale"








