Contemporanea | sezione Architettura e design
Allestita nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese e aperta tra novembre 1973 e febbraio 1974, la mostra Contemporanea, ideata e diretta da Achille Bonito Oliva, rappresentò uno dei più ambiziosi tentativi di "documentare il declino e la fine della cultura e dei suoi contro-movimenti in un modo che a nessun museo sarebbe stato possibile" (Battcock 1974, p. 51). L'esposizione si articolava in dieci sezioni – dalle arti visive alla poesia, dalla musica al cinema, fino all'informazione alternativa, nonché l'architettura – con l'intento di offrire una mappa complessiva della produzione artistica contemporanea e del suo intreccio con la società dei consumi e la cultura di massa. In questo complesso dispositivo interdisciplinare, la sezione Architettura e Design, curata da Alessandro Mendini, ebbe un ruolo particolare: non tanto documentare la produzione edilizia o industriale, quanto interrogare il senso stesso del progettare in un momento di crisi ideologica e disciplinare.
La sezione ideata da Mendini non prevedeva un allestimento tradizionale: nessun plastico, nessuna ricostruzione spaziale, ma una proiezione continua di circa mille diapositive che scorrevano su grandi schermi, accompagnate da suoni e brevi testi. Le immagini raccoglievano architetture, oggetti, disegni, visioni e frammenti di esperienze provenienti da diversi contesti, mettendo in relazione la produzione italiana con quella internazionale. Vi figuravano, tra gli altri, Archigram, Archizoom, Superstudio, Vittorio Gregotti, Aldo Rossi, Ettore Sottsass, Andrea Branzi, Ugo La Pietra, Riccardo Dalisi, Foster Associates, UFO, Hans Hollein, Leonardo Benevolo, Piero Sartogo, e molti altri protagonisti della scena architettonica e radicale del tempo. La selezione, più che rappresentare una scuola o una tendenza, costruiva un paesaggio complesso e contraddittorio, dove convivevano la visione utopica e la disillusione critica, la sperimentazione linguistica e la riflessione politica.
La scelta di eliminare la materialità dell'oggetto architettonico e di affidarsi a una proiezione visiva e temporale aveva un significato preciso. Mendini intendeva allontanarsi dall'idea di mostra come celebrazione dell'opera compiuta per farne un dispositivo di riflessione, un luogo di flusso e instabilità, coerente con l'incertezza del presente (Mendini 1974). In questo senso la sezione rispecchiava la tensione di un'intera generazione di architetti che, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, metteva in discussione i fondamenti del Moderno: la fiducia nel progresso, la neutralità della tecnica, la funzione sociale del progetto.
Nel saggio Maldicasa, pubblicato nel catalogo della mostra, Mendini esplicitava il quadro teorico di riferimento: l’idea che la civiltà moderna avesse trasformato la casa – simbolo dell’abitare e della memoria – in un luogo di alienazione e di perdita (Mendini 1974, pp. 291-293). Il testo, di tono fortemente critico e letterario, fungeva da manifesto per la sezione, proponendo una lettura dell'architettura come specchio della crisi dell'uomo contemporaneo, travolto dalla razionalità produttiva e dalla burocrazia del progetto. Tuttavia, più che illustrare un'idea, con il saggio Mendini chiariva il senso dell'allestimento: non una raccolta di modelli esemplari, ma una mappa della crisi, un racconto visivo di contraddizioni, desideri e fallimenti.
L'inclusione di esperienze radicali come quelle di Superstudio, Archizoom o La Pietra accanto a figure come Gregotti e Rossi, interpreti di un diverso ma altrettanto problematico rapporto con l'eredità del Moderno, rivelava la volontà di Mendini di costruire un discorso plurale, capace di tenere insieme posizioni critiche tra loro divergenti ma accomunate dal bisogno di ridefinire il senso del progetto. L'architettura, in questo contesto, non era più intesa come disciplina autonoma, ma come parte di una più ampia cultura progettuale, in cui si intrecciano immaginazione, politica, comunicazione e linguaggio visivo. La sezione mirava dunque a restituire la complessità della produzione architettonica contemporanea e la sua tensione verso una rifondazione teorica.
La mostra Contemporanea offrì, attraverso l'intervento di Mendini, una delle prime traduzioni espositive della crisi del Moderno in architettura. La sua sezione non celebrava l'oggetto, ma la riflessione; non mostrava edifici, ma atteggiamenti. In tal senso, costituì un momento di passaggio decisivo nella storia della rappresentazione dell'architettura in Italia, anticipando le mostre teoriche e sperimentali della seconda metà degli anni Settanta. Con Contemporanea, Mendini mise in scena l'idea di mostra come discorso critico: un luogo in cui l'architettura non si espone, ma si pensa.
Battcock, Gregory (1974). "Mostra a Roma: Contemporanea Pinacoteca Drive-in e Sotterranea", Domus, 531, pp. 48–52.
Mendini, Alessandro (1974). "Maldicasa", in Contemporanea, catalogo della mostra (Roma 1974), Roma 1974, pp. 291-293.
Contemporanea, Roma, 1974 (Andrea Capriolo, 2025), in "PER - Pensiero Esibito Radicale".




