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Mostra dell’architettura spontanea – IX Triennale di Milano

Mostra dell’architettura spontanea – IX Triennale di Milano
Anno
1951
Città
Milano
Regione
Lombardia
Contesto espositivo
Istituzione
Sede espositiva
Palazzo dell’arte – Quartieri QT8
Promotore
Progetto di allestimento
Cerutti Ezio, De Carlo Giancarlo, Samonà Giuseppe, Steiner Albe
Tipologia
Esposizioni collettive
Scheda

Nel contesto della IX Triennale di Milano, inaugurata nel maggio 1951 e dedicata al tema dell'"Unità delle arti", un ruolo di spicco fu assunto dalla Mostra dell’architettura spontanea, un progetto innovativo per concezione e per intenti culturali. Curata da Ezio Cerutti, Giancarlo De Carlo e Giuseppe Samonà, con il contributo grafico di Albe Steiner, la mostra si impose come una delle più originali e discusse dell'intera edizione, suscitando l'attenzione della critica e anticipando temi che sarebbero stati al centro del dibattito architettonico nei decenni successivi.

La mostra intendeva valorizzare le forme costruttive vernacolari, ossia non progettate da architetti, sorte nel tempo attraverso il sapere empirico delle comunità locali: case contadine, edifici rurali, villaggi montani. Queste architetture, realizzate in assenza di un disegno teorico o accademico, venivano lette dai curatori come espressioni autentiche di una cultura materiale radicata nel territorio, frutto di esigenze funzionali, di risorse disponibili, ma anche di una coerenza estetica implicita (Pica 1952, pp. 89-99).

Nel commentare la mostra su Emporium, Giulia Veronesi – critica d'arte e d'architettura tra le più attente e originali del secondo dopoguerra – ne evidenziò con particolare sensibilità il valore morale e simbolico. Secondo la sua lettura, l'architettura spontanea costituiva non solo una testimonianza antropologica, ma anche un modello di bellezza nato dall'"indipendenza spirituale" e dalla "libertà interiore" di chi l'aveva concepita e costruita. Lungi dal proporre un ritorno all'arcaico, Veronesi vide in queste forme la possibilità di un'alternativa all’omologazione dell'architettura moderna, spesso travolta dal compromesso industriale e dalla banalizzazione commerciale (Veronesi 1951, p. 147).

L'allestimento, curato con rigore e sobrietà, metteva in mostra fotografie, rilievi e modelli, selezionati con l'obiettivo di restituire la varietà e la qualità espressiva di queste costruzioni. Steiner, con la sua sensibilità grafica e comunicativa, contribuì a dare coerenza visiva all'esposizione, enfatizzandone il carattere documentario ma anche poetico. Non si trattava di una raccolta folklorica, bensì di una riflessione profonda su ciò che costituisce l'essenza stessa dell'abitare umano.

Veronesi mise in relazione l'esperienza della mostra con alcuni riferimenti culturali chiave. Da un lato, il pensiero organico di Frank Lloyd Wright, attento all'armonia tra architettura e ambiente; dall'altro, l'eredità etica e sociale di Giuseppe Pagano, che negli anni Trenta aveva studiato e fotografato le architetture rurali italiane. In questa doppia direzione – tra ethos progettuale e rispetto delle tradizioni popolari – si collocava l'intento della mostra: interrogare la modernità senza rinnegarla, ma cercando in altre fonti un nutrimento più autentico.

Non mancavano nel testo della Veronesi i rimandi alla lezione di John Ruskin e William Morris, rivisitati in chiave novecentesca. L'artigianato, in questa prospettiva, non era solo una pratica produttiva, ma una forma di espressione collettiva, capace di rivelare una qualità estetica non disgiunta da valori sociali. La mostra, in tal senso, contribuiva anche al dibattito sulla cosiddetta svolta merceologica, cioè sulla necessità di ripensare la produzione di oggetti e spazi in funzione di un equilibrio tra tecnica, cultura e bellezza (Pansera 1978, p. 368).

La Mostra dell’architettura spontanea rimane, ancora oggi, un esempio emblematico di come un'esposizione possa farsi strumento di critica e di proposta. In un contesto – come quello della Triennale – spesso dominato da sperimentazioni formali e dall'enfasi sul design industriale, essa rappresentò un gesto controcorrente, teso a riaffermare la centralità del senso, del contesto e dell’esperienza vissuta. Il suo impatto fu duraturo: non solo influenzò una generazione di architetti e urbanisti sensibili alla dimensione locale e partecipativa del progetto, ma offrì anche una prospettiva alternativa al mito del progresso tecnico come unico motore del cambiamento architettonico.

Bibliografia

Pansera, Anty (1978). Storia e cronaca della Triennale, Milano 1978.

Pica, Agnoldomenico (1951). IX Triennale di Milano - catalogo, Milano 1951.

Veronesi, Giulia (1951). “L’architettura alla Triennale”, Emporium, LVII, 10, ottobre 1951, pp. 147-156.

Fonti archivistiche

Archivio Triennale Milano

Scheda a cura di
Andrea Capriolo
Come citare la scheda

IX Triennale di Milano – Mostra dell’architettura spontanea, Milano, 1951 (Andrea Capriolo, 2025), In "PER - Pensiero Esibito Radicale".

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